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L’aereo scendeva, con grandi circoli, nella notte del Cairo. Poche luci giallastre punteggiavano la città
Il nostro viaggio pe Addis Abeba, consisteva in una sosta notturna all’aeroporto del Cairo, aspettando un cambio per Addis.
Mi si parò dinnanzi un ufficiale, che mi richiese i passaporti. Capisco che non è molto facile intrattenere una conversazione con qualcuno che ti punta contro un fucile mitragliatore; per cui cedetti ben volentieri alla forza.
Ci fecero salire su un pullmino mezzo rotto, nel buio della notte. C’erano, assieme a noi, una coppia più anziana, forse tedeschi. Scaricammo tutto il nostro bagaglio in una specie di hangar. Sono certo di aver pensato che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto le nostre cose.
In un certo senso, fatte le debite proporzioni, mi sentivo molto affine ai tristi pensieri che dovevano qlbergare nel cuore di Lucia, quando salutò i suoi amati monti, in quella meravigliosq pagina dei ‘promessi sposi’: non avrei mai più rivisto i nostri bagagli!
La notte, su quei sedili di plastca dura, sembrava non dovesse finire mai, invece anch’essa ebbe termine. Ci imbarcammo su un areo dell Ethiopian Air e ritrovammo tutti i nostri 14 colli; plastica dimostrazione dell’esistenza di dio. Naturalmente, chi dovea venire ad accoglierci, non si presentò. In compenso venne a pranzo; avendo, poveretto, dimenticato il portafoglio: non aveva molta importanza: dove si mangia in quattro, si mangia anche in cinque!